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MADRI DI BICICLETTE di Massimo Fagioli

Posted by kinski on Giu 04 2009 | Firenze, Recensioni, Libri, Letteratura

Scendo le scale di casa mia, chiavi pronte per slucchettare la bicicletta legata al palo (ebbene sì, proprio ad un palo visto che non ci sono rastrelliere per le biciclette) e trovo sul sellino un volantino che pubblicizza un libro, un romanzo di un certo Massimo Fagioli che scopro vivere nel quartiere di Santo Spirito a Firenze, lo stesso dove abito io. Il titolo del libro è “Madri di biciclette”, la frase dell’introduzione recita così :
” … mentre le Amministrazioni gestiscono con affanno i problemi di mobilità e di inquinamento, la resistenza quotidiana è affidata all’impegno di pochi volonterosi pedalatori” … dovevo leggerlo!

Il libro è piacevole e a tratti divertente. Tutto il racconto, che oscilla tra episodi sovversivisi più o meno leciti di un associazione di ciclisti chiamata “Nouvelle Velò″ al cui interno operano segretamente le “Madri di biciclette”, è sapientemente condito da una costellazione di personaggi disegnati in modo macchiettistico che talvolta ricordano i ben più coloriti e profondi personaggi della saga Malaussene di Pennac. Proprio a questi personaggi e soprattutto al protagonista-presidente soprannominato simbolicamente Asfalto sono affidate le idee e le parole più ideologiche (qualche volta narrativamente sconnese suppur valide a mio parere, come se in puzzle incastri un pezzo a forza) su ecologia, viabilità alternativa, uso sconsiderato dell’auto e inefficienza delle istituzioni. C’è da dire che molte cose possono sfuggire ad un lettore non fiorentino, perchè oltre ad essere ambientato in una Firenze intasata dai problemi della viabilità tocca problematiche cittadine che per chi non è del posto può trovare difficoltà a comprendere. Resta comunque molto spassoso immaginarsi l’occupazione del “Palazzo Antico” da parte di un gruppo di ciclisti offesi e incazzati per aver assistito all’ennesimo sgombero delle biciclette legate al palo da parte dei carroattrezzi del comune o l’invasione di un tratto di autostrada operata da un centanio di biciclette scampanellanti. Insomma è un libro da leggere, soprattutto per chi è amante della bicicletta come mezzo di trasporto cittadino; aggiungo inoltre un invito a comprarlo per incentivare un autore nuovo come Fagioli (leggete una sua intervista qui) al suo secondo romanzo e una editoria che cerca di trovare nuove penne soprattutto nell’ambito locale come la Società Editrice Fiorentina.  

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Vietato andare in bicicletta, è indecoroso!

Posted by kinski on Mag 17 2009 | Firenze, Sfoghi, Opinioni

Qualche giorno fa su Repubblica.it è uscito un articolo che riportava gli allarmanti dati sulla mortalità stradale di chi va in bicicletta, ne risulta che la bicicletta è il mezzo più pericoloso. Calcolando come valore medio 1, per i ciclisti il rischio mortalità è 2,18 contro, ad esempio, lo 0,78 degli automobilisti. Cosa significa? Significa intanto che c’è più gente che va in bicicletta rispetto al passato (come si può constatare anche da qui) che nella tragicità del dato è l’unica cosa positiva (a mio parere), ma significa soprattutto che non c’è il minimo rispetto per chi ci va visto che dubito fortemente che un ciclista si schianti a 100 all’ora su un palo lungo la tangenziale. Ora l’articolo di Repubblica.it chiedeva nel suo blog di chi fosse la colpa secondo chi legge, se dei ciclisti irrispettosi delle regole stradali o degli automobilisti irrispettosi dei ciclisti; alcune risposte sono estremamente esilaranti, c’è chi dice che i ciclisti andrebbero eliminati perchè sono un pericolo pubblico o chi, geloso di pagare la sua tassa sull’automobile, ipotizza di dotare le biciclette di targa e bollo in quanto utilizzano le strade! Forse nessuno gli ha spiegato che sono nate prima le strade delle automobili e che sono state pensate per far muovere tutti gratuitamente principalemente a piedi. A me fa incazzare solo il fatto che si metta in discussione l’uso della bicicletta e che se la mortalità è alta la colpa è di che ci va; certo non posso negare che i ciclisti rispettano meno il codice stradale, ma la realtà è che per la mentalità comune le strade sono fatte per le macchine e una bicicletta è un impaccio e un fastidio senza che esista alcun rispetto per chi ha fatto una scelta giusta. Questo è inconcepibile! Il principio di base è che le città sono invivibile perchè inquinate, caotiche e imbottigliate da migliaia di macchine che paralizzano il traffico e che bisogna trovare mezzi alternativi sia privati che di massa a basso inquinamento ambientale, basso ingombro e basso inquinamento acustico e la biciletta è la principale risposta che abbiamo oggi per cominciare a risolvere il problema. Eppure che succede? Succede che i comuni non investono su infrastrutture per le biciclette come piste ciclabili, parcheggi per biciclette, possibilità di trasporto sui mezzi pubblici, sistemi di bike sharing e altro. Succede che le biciclette sono viste come un mezzo inferiore e di ingombro; succede che le persone non usano la bicicletta per paura di finire sotto una macchiana; succede che andando in bicicletta si muore non solo sotto una macchina, ma anche per colpa dello smog dei tubi di scappamento. Succede, come sta succedendo a Firenze, che, grazie al nuovo regolamento nel nostro grande “amico” e assessore alla Giunta Comunale Cioni, la polizia municipale porti via le biciclete legate ai pali perche in “divieto di sosta” con conseguente multa e rimozione forzata pari a 80 € circa più il deposito giornaliero (una bicicletta può costare molto meno!). Lo stanno facendo! Peccato che non stiano facendo i parcheggi per le biciclette. La motivazione è semplice, DECORO CITTADINO! Una bicicletta legata ad un palo fa schifo, un ingorgo in piazza Duomo è arte contemporanea.      

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Terzani, Kapuscinski, Politkovskaja: viaggio nella vecchia e nuova Russia

Posted by kinski on Mar 16 2009 | Società, Recensioni, Politica, Libri, Letteratura

Sono le 13.40 di lunedì 19 agosto 1991 a Mosca, simbolo indiscusso e granitico dello strapotere sovietico c’è un colpo di stato, i neostalinisti cercano di far fuori Gorbacev. E’ l’inizio della fine. Il golpe dura tre giorni, i neostalinisti non hanno l’appoggio di nessuno, Gorbacev torna al potere ma solo per dimettersi poco dopo; Elsin, presidente della Russia, destituisce il partito comunista al potere e lo rende illegale. L’U.R.S.S. è morta, il comunismo finito, Lenin definitivamente sepolto.
Tiziano Terzani si trova sul lunghissimo fiume siberiano dell’Amur in quei giorni, sopra un barcone chiamato emblematicamente “Propagandist”. L’U.R.S.S. non era assolutamente una terra unica, ma un’unione neppure troppo unita, anzi spesso nemica, di razze e di popoli, di vecchi stati sovrani e potenti e di culture millenarie. Terzani freme, vuole andare a Mosca, sente di trovarsi nel preciso istante di un cambiamento epocale, eppure intorno a lui è tutto silenzioso, sull’Amur tutto è fermo, tutto è riamsto come ieri e come è da 70 anni. Pensa che forse è a Mosca che bisogna essere ora, pensa che laggiù a migliaia di chilometri di distanza dall’Amur nel cuore e nel cervello di questo infinito impero qualcosa stia succedendo lungo le strade, che anche il popolo stia parteciapando al radicale cambiamento della sua storia. Muoversi in Russia non è facile e il golpe dura troppo poco. Terzani arriverà a Mosca solo un mese e mezzo dopo quel 19 agosto a comunismo caduto. In quel mese e mezzo attraverserà tutta l’Asia centrale ascoltando le testimonianze di popoli per lo più sconosciuti o peggio dimenticati come i Tagiki, gli Uzbechi, i Kazaki, i Chirghisi e gli Armeni, passando per città cariche di storia come Samarcanda, Baku, Bukhara. Il suo è un viaggio affascinante che lo porta a stretto contatto con la povertà, la paura e il sospetto verso il prossimo che i 70 anni di comunismo sovietico hanno lasciato in quei paesi. Parallelamente risorgono il senso di rivalsa, il nazionalismo e il fondamentalismo religioso che trasformano l’Asia centrale in una polveriera pronta ad esplodere. In ogni città piccola o grande che sia vengono tirate giù le statue di Lenin con ogni mezzo a disposizione, tutte le statue, migliaia di Lenin fino alla Piazza Rossa di Mosca dove Terzani sussurra sotto gli occhi delle guardie del KGB “Buonanotte, signor Lenin” in quello stesso mese d’ottobre simbolo della rivoluzione.

Non è facile per chi, come me, ha comunque un profondo rispetto per l’ideologia comunista leggere attraverso le parole di Terzani il degrado sociale e l’apatia spirituale che gli anni del comunismo sovietico hanno consegnato ai popoli dell’Unione; ed è ancora più difficile per chi ha vissuto durante la guerra fredda nella convinzione che il comunismo sovietico fosse l’unica possibilità di riscatto sociale. Era tutto falso. L’ateicissima Unione Sovietica di Stalin era un cimitero a cielo aperto dove nel nome di una nuova religione terrena si potevano commettere eccidi, stermini e genocidi di massa. Kapuscinski giornalista freelance come Terzani , da polacco vittima del dominio sovietico, ripercorre nel suo Imperium un viaggio tra ricordi, racconti ed esperienze attraverso tutta l’Unione Sovietica dal 1939 al 1992. La sua penna è meno affascinante di quella di Terzani, grazie alla quale il paesaggio, i sapori e l’aspetto delle terre dall’Asia centrale fanno da contrappeso alla realtà sociale che in esse vive e si muove. Kapuscinski si sofferma sulla storia, sui tragici eventi che colpiscono, talvolta agnentando, il tessuto sociale russo e panrusso; la sua scrittura è più fredda, diretta ed inesorabile. “Imperium”  è una costellazione di fatti e situazioni che descrivono il tragico e drammatico fallimento del sistema sovietico, eppure nessuno, neppure in Russia, si aspettava che quel monolitico sistema sociale e amministrativo si potesse sgretolare con tale rapidità:
” (…) proprio prima del disfacimento dell’U.R.S.S., nella sovietologia occidentale in genere e tra i politologi americani in particolare, s’era diffusa la teoria che l’U.R.S.S. rappresentasse il modello del sistema più duraturo al mondo. (…), tra i politologi americani non ce n’era uno che avesse previsto la caduta dell’U.R.S.S.”. (TESTO INTEGRALE)
Come dire, il grande potere che può avere l’informazione e la propaganda sull’immagine e la forza del potere politico. Ed è proprio nell’informazione, o meglio, nei “viaggi collettivi della società russa nel mondo dell’informazione” che Kapuscinski vede uno dei due processi che hanno portato al crollo dell’U.R.S.S.(l’altro lo lascio scoprire alla vostra lettura). Lo stato sovietico teneva fortemente sotto controllo l’informazione e l’opinione pubblica a tal punto che era pericoloso anche solo esprimere un parere critico o contrario al sistema; ecco perchè la “Glasnost” introdotta da Gorbacev fu una vera e propria rivoluzione sociale e culturale. La fase di transizione che si vive non soltanto in Russia, ma in tutti i paesi dell’ex Unione Sovietica ha portato grande scompiglio e indirizzi politici diversi in ogni nazione. Col grido morte al comunismo e viva la democrazia nei molti stati indipendenti nati dal crollo del ‘91 si può vedere di tutto; nella Russia federale c’è Putin che forse non è tanto diverso da uno Zar o da un segretario generale del vecchio partito comunista. Proprio come in passato si scopre che la maggior preoccupazione di Putin è quella di tenere sotto controllo l’opinione pubblica e quindi l’informazione. Tutti, o quasi, conoscono la giornalista Anna Politkovkaja uccisa “misteriosamente” nell’atrio del palazzo di casa sua a Mosca più di due anni fa. Lei raccontava le verità scomode, la tragica guerra cecena, i crimini commessi dall’esercito russo contro la popolazione, l’attentato al teatro Dubrovka dove fu instancabile mediatrica. Tutte verità che minano il buon nome di Putin che sulla lotta al terrorismo islamico e internazionale ha costruito la sua immagine e il suo potere. E’ stata uccisa da un sicario a faccia scoperta … “misteriosamente” … e non è stata l’unica. Dal 2000 la redazione del “Novaja Gazeta” il giornale dove Anna scriveva, nato nel ‘93 e da subito dichiaratosi indipendente, conta 5 vittime “misteriosamente” uccise oltre alle minaccie di morte ricevute da altri due giornalisti per le inchieste sul Caucaso e sull’uccisione della Politkovskaja stessa. Significative le parole del caporedattore Muratov che al rifiuto da parte della redazione di chiudere il giornale ha raccomandato di agire con cautela e di avere più rigardo per la propria vita. Proibito parlaresi intitola la raccolta di scritti della Politkovskaja uscita in Italia nel gennaio del 2007, edita da Mondadori: al suo interno un’interessante prefazione di Adriano Sofri e un insieme di articoli schietti e drammatici che ripercorrono le tragedie di una guerra che continua.
Non è tutto. Non figurano solo giornalisti nella lista di omicidi “misteriosi” della nuova Russia Federale, ma anche politici, e una in particolare una deputata e dirigente del partito “Russia Democratica” che si batteva per i diritti delle minoranze, soprattutto del Caucaso, e che già avevo incontrato nel libro di Kapuscinski; si chiamava Galina Starovoitova. Coraggiosamente aveva aiutato il giornalista ad entrare nel Nagorno Karabach, exclave armena in territorio azerbajgiano occupato dall’armata rossa e dalle milizie azerbajgiane. L’intento di Kapuscinski, far conoscere al mondo la situazione di quelle terre e il calvario del popolo armeno, l’intento della Starovoitova, fare in modo che Kapuscinski potesse vedere e parlare. Era il 1990, sarà uccisa “misteriosamente” otto anni dopo. Putin dichiarerà che non ci sono prove certe che si tratti di omicidio politico.
Venti anni fa crollava il muro di Berlino, la Russia federale compie 18 anni, ma il diritto all’informazione è un qualcosa che ancora non appartiene al popolo russo e panrusso.
Dovrebbe far riflettere la grande amiciazia che lega Putin a Berlusconi, dovrebbe far riflettere la considerazione che hanno questi due grandi amici dell’opinione pubblica.

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Fura Dels Baus - Boris Godunov

Posted by kinski on Feb 18 2009 | Teatro

Bologna, 14 febbraio 2009, teatro Arena del Sole.

Una serata fredda, ideale per andare a riscaldarsi nella calda atmosfera di un teatro. C’è il Boris Godunov di Puskin, monumentale tragedia sulla follia omicida che nasce dalla sete di potere nella Russia di fine XVI° secolo. Ci sediamo, lo spettacolo inizia, la scenografia è composta da grandi quinte bianche sulle quali vengono proiettate le finistre del Cremlino viste dall’interno e il palco è la grande stanza del palazzo dove gli attori si muovono. Dura 5 minuti in tutto il Boris Godunov, poi gli spari, le grida! … un gruppo di persone incappucciate mitra in mano irrompe sul palco del teatro mentre  dagli ingressi del terzo ordine della galleria, dove stiamo noi, entrano altri uomini che ci puntano i mitra addosso. Uno di loro a faccia scoperta, probabilmente il capo, ci dice che da questo momento siamo loro prigionieri e che resteremo tali fino a che il  nostro governo non ritirerà le truppe di occupazione dal loro stato e libererà i prigionieri politici. Inizia lo spettacolo della Fura dels Baus, inizia quell’esperienza estrema che la compagnia catalana vuole far vivere allo spettatore ridando al teatro quel ruolo catartico che gli appartiene. Non siamo al teatro Dubrovka di Mosca di quel tragico 23 ottobre 2002, siamo a Bologna, i terroristi parlano italiano e spagnolo, le immagini proiettate sulle quinte sono quelle del il circuito interno delle telecamere del teatro Arena del Sole nei quali corridoi corrono frenici i terroristi armati e incappucciati. 

L’idea e la realizzazione dello spattacolo sono, a mio parere, convincenti e ben strutturati. La Fura riesce non solo a creare il senso di incertezza e timore che deriva dal non sapere quello che succederà nel vedere il crescendo spaventoso del nervosismo dei terroristi, ma ci rende, grazie all’uso della vidoproiezione che ci mostra “la stanza dei bottoni” dove vengono prese le decisioni su come fermare la follia dei terroristi e ai continui riferimenti al Boris Godunov di Puskin che in un certo qual modo continua parallelo a quell’altro spettacolo,la nostra natura di spettatori, straniandoci dal nostro essere ostaggi e facendoci vivere la stessa situazione da un altro punto di vista.�
Molto interessante è l’analisi che viene fatta sui vari stati d’animo che si scontrano durante i tre giorni di follia. Ci sono gli spettatori e gli attori, i politici e la mediatrice e anche all’interno del gruppo dei terroristi c’è chi è arrivato a quel gesto estremo per motivazioni e finalità diverse e nel crescendo di tenzione queste pulsioni differenti e spesso contrastanti esplodono in modo inaspettato. 

Nel complesso è uno spettacolo che ho apprezzato molto, anche se uscendo ci siamo chiesti perchè non abbiano scelto di calcare di più sulle percezioni sensoriali come un maggior uso di rumori e, soprattutto, l’uso degli odori che, come detto anche dalle testimonianze degli ostaggi del Dubrovka che ci facevano sentire durante lo spettacolo, dovevano essere l’elemento che più di tutti rendeva claustrofobica e insopportabile la prigionia.

 

 

PROSSIMI APPUNTAMENTI:   

Firenze 17-18 Febbraio
Senigallia 21-22 Febbraio
Milano  26 febbraio - 7 marzo
Torino  10 -15 Marzo�
Ferrara 20-21 Marzo
Pordenone 24-25 Marzo�

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The Mist

Posted by kinski on Ott 13 2008 | Recensioni, Cultura, Cinema

Sabato sera al cinema, scegliendo il film a caso tra le pagine di internet, stando attento più all’orario di inizio che al titolo da vedere , ho visto The Mist. Non sapevo assolutamente niente del film e solo durante l’intervallo, andando a prendere i pop-corn (come ogni buon spettatore medio del sabato sera) ho scoperto essere tratto da un racconto di Stephen King. Alla fine del film ero combattuto, non sapevo giudicare con precisione se mi era piaciuto oppure no. La trama, il contenitore se vogliamo, è quello dei più classici film dell’orrore: un gruppo di abitanti di una piccola cittadina del Maine rimane intrappolata all’interno di un piccolo supermercato da una fitta nebbia che al suo interno nasconde strane e mostruose creature. Ciò che distanzia il film dalla miriade di “grottesci” film dell’orrore che invadono le sale cinematografche è la messa a fuoco dell’occhio della cinepresa. Messa a fuoco sia a livello di trattazione della storia sia a livello tecnico - registico. Le mostruose creature, la nebbia misteriosa e il soprannaturale, diciamo così, sono e rimangono il contenitore che serve a trattare i più profondi rapporti interpersonali e sociali di una piccola comunità statunitense. Così l’uso accurato sia di primi piani che della camera a spalla servono a farci entrare nell’intimo di ogni personaggio scrutandone sentimenti, paure e violenza. La sentenza è inesorabile: più pericoloso della nebbia è il supermercato, più mostruosa delle crature sanguinarie è la piccola comunità che in preda alla paura scatena tutta la violenza e la follia di cui è capace. In una escalation terrificante invidia, gelosia, superstizione, follia mistico-religiosa distruggono quella apparente e falsa solidarietà che sembrava legarli.
Insomma, se si riesce a guardare oltre la semplice trama, per certe cose è sicuramente un film da vedere, forse non al cinema, ma sicuramente incuriosisce il mix tra genere horror, a tratti anche splatter, e analisi psicologica. Stupisce anche l’epilogo che risulta essere altro rispetto ai classici finali epici e risolutivi americani. Molto buona la regia di
Frank Darabont che riesce ad alimentare il pathos con un sapiente uso della macchina da presa.  

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Cidade de deus

Posted by kinski on Set 17 2008 | Società, Libri, Letteratura, Cinema

Durante questa lunga e calda estate mi sono buttato nella lettura di un libro del quale non conoscevo l’esistenza fino al giorno in cui mi è capitato sotto mano mentre etichettavo un gruppo di libri in biblioteca (questa è una delle grandi fortune di lavorare in un posto pieno di libri). Il libro in questione è Cidade de Deus di Paulo Lins, titolo che è diventato famoso grazie al film omonimo, ma misteriosamente uscito in italia col titolo tradotto in inglese City of God di Fernando Meirelles. Due parole sul brutto viziaccio italico di cambiare titolo ai film stranieri: è pressoché incomprensibile il perchè in Italia il film debba essere conosciuto col titolo inglese, penso che non ci voglia un traduttore universale per capire che Cidade de Deus significa Città di Dio, anzi penso che sia molto più comprensibile che City of God visto che il portoghese è molto più simile all’italiano di quanto non lo sia l’inglese… ma tant’è noi ci teniamo il titolo inglese in nome dell’anglofonizzazione assoluta che gradualmente invade il pensar comune. 

Il film lo conoscevo già molto bene ed è per questo che ho comincato a leggere il libro. Presentato al festival di Cannes nel 2002 fece subito discutere per la crudezza con la quale metteva a nudo la realtà delle favelas di Rio, garantendosi così un buon successo di pubblico, ma non l’amata palma d’oro.  

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Dublino ore 7 (seconda parte)

Posted by kinski on Lug 07 2008 | Racconti

(…) 

Lascio la Liffey e rientro nelle strade della vecchia Dublino dall’angolo del Fitzsimons, poi Temple Bar: strada stretta e storta. La luce taglia trasversale i palazzi dandogli spessore e un colore nuovo, rimbalza sulla strada bagnata dall’ultima pioggia. Non c’è traccia alcuna della notte appena trascorsa. La Dublino di Temple Bar riesce a nascondere fin troppo bene i fiumi di birra, vomito e piscio che trasformano un quartiere in una follia notturna, un’orchestra stonata di squillanti risate e grida e talvolta qualche rissa di centinaia di persone che cercano centinaia di taxi in una città che chiude non più tardi delle due per un proibizionismo ipocrita e insensato. Niente di tutto questo. Al mattino le strade sono pulite, nuove, fresche, già pronte per un giorno normale e una nuova notte di follia. Temle Bar e i suoi pub che al mattino ricaricano le fontane di birra prosciugate la sera prima. Per strada i camion che scaricano a terra i fusti metallici pieni di Guinness da scambiare con quelli vuoti. E’ un valzer di rumori che si rincorrono: camion, fusti e voci in lingue diverse che si scambiano ordini o qualcos’altro, ancora stanche dalla levataccia mattutina. Sì, perché Temple Bar è un classico melting-pot, una mescolanza, uno scioglimento di razze. Europei di ogni luogo scambiano gesti, sguardi e fusti di birra con africani, sudamericani, asiatici e … io, italiano, cammino in mezzo a loro, sono come loro ho solo trovato lavoro un po’ più in là verso St. Stephens Park. Ed io come loro mi sciolgo in questa Dublino; ad ogni sguardo, ad ogni sorriso forse un po’ frettoloso visto l’orario, mi sciolgo e mi confondo nel fascino di una nuova sensazione che mi vede camminare in una sola strada riconoscendomi negli sguardi e nei gesti di tutto un mondo.

Temple Bar è alla spalle. Giusto il tempo di attraversare Dame Street con i suoi autobus gialli e blu a due piani e col traffico che si affretta al posto di lavoro e mi ritrovo nella rossa Grafton Street. Qui niente Pub. E’ la strada commerciale del centro di Dublino dove puoi comprare vestiti all’ultima moda: scarpe elettriche che si illuminano di notte, il cellulare di ultima generazione, è la strada dove c’è il Mac Donald. Siamo nello spicchio dell’Europa che conta, e Grafton Street è lì per ricordarlo anche a Dublino e ai suoi abitanti,anche se di mattina quell’opulenza che la caratterizza sparisce nei negozi e nelle persone che di quei negozi puliscono solo le vetrine senza curarsi di ciò che c’è dentro. A dire la verità sparisce anche nei pomeriggi di sole quando Grafton Street si riempie di musicisti, giocolieri e ballerini di strada che di quell’opulenza sfruttano solo il passaggio mostrando la Dublino vera che ama cantare. Rossa Grafton Street lo è per il colore della sua pavimentazione, mattonelle rosse che risalgono, girando leggermente, verso S. St. Green Park, ma prima di questo c’è il grande e imponente Shopping Center, proprio alla fine della strada sull’angolo di fronte al parco. Lo shopping center è una struttura moderna e appariscente che un qualche architetto ha voluto chiamare S. St. Green Shopping Center costruendolo come fosse una grande serra a terrazze verdi dove al suo interno crescono le nuove piante prive di anime e sapore chiamate Armani, Lewis, Djor … un nuovo concetto del naturale ciclo vitale! Talvolta mi sono addentrato nella serra per andare al Dunnes store a comprare le camicie da lavoro o i vestiti necessari a sopravvivere a basso costo. Il Dunnes store è una specie di tempio vitale per molti di noi, si riproduce come un fungo in molte parti della città e oltre ad essere il regno del low cost può diventare un buon posto di lavoro perchè è sempre alla ricerca di personale. Di fronte allo shopping Centre c’è il parco, sono quai arrivato, posso scegliere due strade: attraversare il parco o costeggiarlo passando sotto ai ricchi palazzi che ospitano uffici e banche di Dublin.

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Dublino ore 7 (prima parte)

Posted by kinski on Giu 26 2008 | Racconti

Un anno fa ero a Dublino in Irlanda. Sono stato poco, troppo poco, ma quello che conta più del tempo trascorso è la testa e i pensieri con cui si parte. Ero convinto di restarci molto, ero partito per non tornare e per far diventare Dublino la mia casa … ci stavo riuscendo.
Rileggiendo quello che scrivevo mentre ero lassù mi è capitato fra le mani il testo che segue. Non è altro che la camminata che facevo tutte le mattine per andare a lavorare quando ancora vivevo all’ostello. Avevo la fortuna di attraversare il centro della città la mattina presto potendone apprezzare certi aspetti ceh durante il giorno si nascondevano nel caos quotidiano e cittadino. Per chi volesse andare a Dublino riporto quanto vedevo e le sensazioni che questa città mi trasmetteva.

Il fascino è il nome che ho dato alla sveglia del mio cellulare. E’ nato per caso. Una sera trasmettevano in televisione verso le 23 “Il fascino discreto della borghesia” di Bunuel e io volevo vederlo. Era in francese coi sottotitoli in inglese. Niente male! Non che ci abbia capito molto, ma è stata un’ottima lezione di cinema e di lingua. Comunque ho memorizzato la sveglia alle 23 e per ricordarmi il perché l’ho chiamata il fascino. Appena è squillata il pensiero è stato automatico: nessuna parola definisce meglio di questa i miei giorni a Dublino. Ogni mattino, anche se sono le 6,30, la mia sveglia mi ricorda il fascino del giorno che sta per nascere e una smorfia di sorriso comincia a disegnarsi sul volto.
E come potrebbe essere altrimenti! Mi alzo, una rapida doccia calda, mi vesto, saluto il receptionist di turno e la porta dell’ostello si apre sulla Liffey. Azzurra, piatta, ancora addormentata. Il cielo è macchiato di nuvole, ma pare essere ancora sereno. Forse si è dimenticato di essere cielo d’Irlanda o semplicemente sta richiamando le sue nuvole per darci l’acqua quotidiana che colora di verde un’ intera nazione. Lui, il cielo basso, disegna un orizzonte indefinito e lontanissimo. Io, assonnato e coi minuti contati, sono costretto a fermarmi sul ponte in mezzo alla Liffey … resto ipnotizzato da quelle nuvole di ogni forma che corrono veloci verso l’oceano e poi oltre l’Irlanda verso il polo Nord, la fine del mondo. Sento nascere la sensazione di essere un emigrante in una città al confine del mondo dove tutto può accadere, dove tutto sembra essere una specie di illusione. Come queste nuvole che costruiscono forme nate per esistere un solo secondo per poi confondersi in altre e sparire oltre il nulla in un cielo che non puoi fermare. E’ il grido dei gabbiani che mi risveglia e mi permette di guardare Lei, la Liffey, stretta e bassa al mattino, ma alla sera, quando l’oceano si alza trascinato dall’alta marea, anche il fiume si gonfia imponente e carico d’acqua.
La Liffey, strano fiume per essere il corso d’acqua di una capitale. La prima volta che l’ho vista ho pensato fosse troppo piccola; un torrente cresciuto. Così può apparire ad occhi nuovi e forse un po’indiscreti. Ma con l’andare dei giorni ne ho compreso l’imponenza. Quando è gonfia, piena, potente puoi vedere un corso d’acqua che divide in due una città dandogli carattere e forma, dando un senso ben definito alle strade verticali e orizzontali che scandiscono tempo e movimento di una popolazione che vive costantemente in relazione al perpetuo ciclo dell’acqua. Puoi guardarla nel pezzo stretto tra un ponte e l’altro o lungo tutto il suo percorso attraverso la città, puoi spezzettarla in mille piccoli particolari e Lei ti guarda sempre con occhi diversi, Lei, in eterno movimento verticale, come tutti, e orizzontale, come solo alla Liffey ho visto fare. Lei che ti parla con la lingua dei gabbiani, voce stridula, un lamento di richiami e risposte. Loro, i gabbiani, che volano disegnando figure e intrecci nel cielo, prima su poi giù e forse ti guardano sapendo che li guardi, Loro che nella Liffey vivono e che della Liffey si nutrono.
Ancora ipnotizzato dal volo dei gabbiani rimango ad osservare pezzi diversi di Liffey e scorgo anche dei cigni passeggiare, scivolare lungo un’acqua apparentemente ferma. Camminano in coppia a collo alto quasi volessero vedere oltre le sponde di pietra, oltre i ponti di ferro, vedere la città che si sveglia con un sole già alto, vedere me che vedo loro. E più indietro il cigno nero, solitario, si immerge, sparisce a caccia di pesce e riemerge poco più in là dove forse non te ne puoi accorgere. E’ solo e si nasconde, non si vuole far vedere, nero silenzioso forse è solo un sogno che disegna altre atmosfere d’Irlanda.
Sono rimasto fermo troppo tempo, è il momento di andare … Ho un compito: aprire un bar; ho un orario: Half Seven, ma prima di tutto questo devo attraversare Temple Bar …

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Digitale e conservazione. La politica dell’usa e getta

Posted by kinski on Mag 09 2008 | Opinioni, Fotografia, Cultura

Ieri sera ho avuto il piacere di conoscere una persona molto interessante e colta, oltre che molto simpatica. Ero al corso di fotografia e a tenere la lezione di linguaggio fotogreafico e composizione delle fotografie appare un personaggio di nome Domenico Viggiano incisore e fotografo nonchè ex direttore dell’ Accademia delle Belle arti di Firenze, carica che ha tenuto per vent’anni. E’ un bel personaggio non c’è che dire, estremamente simpatico e estroverso, sa quello che dice e difende le sue idee con forza, convinzione e sicurezza … del resto le carte in regole le ha tutte. Ieri dopo averci fatto vedere un’interessantissima carrellata di belle foto di autori vari è nato un piccolo dibattito intorno al digitale (digitale vs analogico, pellicola per intenderci). Indipendentemente dalle considerazioni prettamente fotografiche e estetiche che hanno animato il dibattito (inutile dire che il caro Viggiani di digitale non ne vuol sentir parlare per così dire) interessanti, ma già sentite, quello su cui Viggiani punta il dito a sfavore del digitale è la conservazione dell’opera e il rapporto che si ha con la creazione e la poiesi, se mi concedete il termine. Parto dal secondo punto per rimanere in argomento artistico - fotografico, in quanto il primo porta il discorso in un ambito più generale e sociologico.

L’uso della digitale comporta un rapporto col mezzo fotografico completamente differente rispetto alla pellicola; il fatto di poter rivedere la foto appana scattata parta ad una minore concentrazione nell’atto stesso di fare la foto, il poterla rifare svariate volte per cercare i tempi giusti comporta un distacco molto forte con la realtà che abbiamo di fronte. I fotografi pre - digitale basavano tutta la loro creazione nell’essere in quella data realtà, nella sensazione e nell’emozione che quel particolare momento scaturiva nell’animo della loro persona. Lo scatto diventava di per sè un momento unico e irripetibile, un qualcosa che rimaneva impresso nella pellicola e che nasceva dal semplice sguardo su un fatto o su una particolare situazione. La camera oscura diventava il momento magico per ritornare su quella sensazione nonchè il secondo atto creativo, il lavoro per modellare quella sensazione come più la volevamo far intendere e percepire. Con l’avvento del digitale tutto questo va automaticamente a sparire; l’atto del fotografare diventa un qualcosa di istantaneo e compresso, lo scatto perde valore ed importanza potendosi consumare e buttare all’infinito. La fotografia diventa usa e getta guadagnando tantissimo in comodità a discapito dell’unicità e del potere artistico della manualità.
Uno dei più importanti filosofi contemporanei, Walter Benjamin, parla nel suo scritto più famoso “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” di come l’avvento della fotografia e del cinema oltre che della produzione di massa abbiano tolto all’opera d’arte qul potere di unicità divina che aveva in passato, quella forza emotiva e spirituale che Benjamin definisce aura. Col digitale quest’aura già profondamente compromessa, ma che con l’analogico manteva ancora una certa forza, sparisce completamente. Quello che sottolinea Benjamin è che essendo cambiati i bisogni sociali cambia anche il concetto di arte e la riproducibilità è la forma essenziale della democraticità dell’arte in quanto da la possibilità di essere fruita da tutti; così il digitale da la possibilità a chiunque di poter fotografare sempre e comunque a costo zero e con poca fatica.  Questa è la grande e incontestabile rivoluzione (e per il video digitale vale ancora di più) apportata dal digitale, ma ritengo comunque necessario soffermarsi su quei valori estetici e artistici che necessariamente perdiamo con questa rivoluzione.

Il punto sul quale Viggiano punta maggiormente il dito contro il digitale è, tuttavia, la sicurezza della conservazione. Mentre con la foto in pellicola si ottinene comunque un prodotto, che sia il negativo o la foto su carta, col digitale produciamo solo file, ovvero codici da decodificare di per sè intangibili. C’è sempre la possibilità di stampare su carta le foto digitali, ma mi chiedo quanti in effetti facciano questo. I famosi album di famiglia non esistono più o esistono solo a computer, ma il computer quanto resisterà? Sposterò le mie migliaia di foto da un hard-disk all’altro? E l’hard-disk o lo stesso file .jpg quanta conservabilità hanno? Sono sicuro che resisteranno al rapido e inarrestabile progresso tecnologico? Il mio album di foto rischia di perdersi non per colpa di un’alluvione o di un inciedio o per mia distrazione, ma perchè in effetti il mio album fotografico non esiste.
Il rapporto con gli oggetti, con gli utensili che usiamo quotidianamente condizionano concretamente e profondamente il nostro senso dell’esistenza e il nostro rapporto con la vita stessa. La filosofia dell’usa e getta appartiene così profondamente al nostro stile di vita attuale che non si tratta più del semplice uso di una penna o di una lametta da barba, ma è penetrata inevitabilmente nel rapporto che abbiamo con la cultura e la nostra storia. Per fare solo degli esempi generici: nel lavoro è richiesta una conoscenza sempre più specifica e limitata, disponibile subito e reciclabile, lo studio ha una importanza sempre minore, le università tendono a semplificare il percorso di studi per renderlo più rapido, le materie umanistiche perdono inevitabilmente di importanza e la conoscenza della storia è reputata pressochè inutile perchè è un prodotto non consumabile e non capitalizzabile.In questo modo perdiamo il contatto con noi stessi. Il discorso in fondo resta sempre lo stesso: il progresso tecnologico corre più velocemente della nostra capacità di comprensione e amalgamazione di esso. 

Per quanto un pensiero del genere possa essere valutato conservatore e antimodernista non si possono non prendere in considerazione i cambiamenti che ogni rivoluzione tecnologica si porta dietro sia a livello sociale che fisico per non incorrere nel grave errore di abusare del progresso fino ad esserne schiacciati.  

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Ask a librarian

Posted by kinski on Apr 15 2008 | Toscana, Firenze, Libri, Italia, Cultura, Internet, Aneddoti

La settimana scorsa ho parteciapto per lavoro ad un corso di aggiornamento sul reference in biblioteca, ovvero su quello che è il lavoro che svolgo io in quanto, pur lavorando dentro una biblioteca, non posso chiamarmi propriamente bibliotecario. Il reference non è altro che quell’insieme di strumenti, risorse e attività che la biblioteca offre all’utente per l’accesso alle informazione e alla conoscenza… e anche così rimane alquanto vago il ruolo che posso avere io in biblioteca. Può essere tutto e niente, posso limitarmi a stare seduto sulla mia sedia da ufficio e, come un commesso del supermercato, fare prestiti e restituzioni in modo meccanico e inespressivo, oppure, essere un punto di riferimento per l’utenza che ha bisogno di cercare e entrare in contatto con un tipo più o meno specifico di informazione. La seconda ipotesi mi sembra l’unica valida, penso, altrimenti che cosa lavoro a fare? Ma questo nell’Italia delle biblioteche non è certo il pensar comune, anzi per molti il solo azzardarsi ad accendere il cervello per aiutare l’utenza è un paradosso talmente grosso che richiede l’intervento di un qualche sindacato! 

Succede così che l’idea che abbiamo della biblioteca e di chi ci lavora dentro è un qualcosa di grigio, noioso, di gente che si parcheggia con un lavoro garantito e sicuro che ti da la possibilità di lavorare il meno possibile avendo la pensione garantita. La biblioteca pubblica è per la maggioranza degli italiani un posto da frequentare qualche volta quando sei studente e poco più, perchè in Italia la biblioteca tradizionale e di conservazione è l’unica realtà che conosciamo. La biblioteca pubblica, comunale o di quartiere, è tutta un’altra cosa e le sue potenzialità sono infinite. L’insieme dei servizi che si possono trovare al suo interno, da internet gratis alla possibilità di ascoltare musica e vedere film, il bar al interno, le iniziative per grandi e piccini che periodicamente possono essere organizzate la rendono un posto estremamete gradevole dove passare due ottime ore in compagnia o da soli a fare ciò che più ci piace. Perchè la cosa funzioni, tuttavia, è necessario che l’attività di chi ci lavora tutti i giorni sia costante e organizzata, che implichi, oltre alla naturale gentilezza e predisposizione verso l’utenza (cosa nient’altro che scontata nel nostro bel paese), una volontà progettuale che abbracci le piccole iniziative come l’assecondare le tendenze culturali del momento mettendo in evidenza il materiale presente in biblioteca con scaffali tematici e vetrine delle novità, fino ai grandi servizi di reference.

Grazie ad internet ed al corso al quale ho partecipato ho potuto fare un giro nel resto d’europa e del mondo scoprendo che le principali biblioteche hanno un servizio di reference digitale estremamente efficace e interessante. Il reference digitale non è altro che il servizio di un bibliotecario a distanza, via telefono o, appunto internet. Oltre al Question point, che consiste nello scrivere una mail alla biblioteca chiedendo l’informazione necessaria e in due o tre giorni un bibliotecario risponde dandoti le informazioni che cercavil, altro servizio veramente interessante è la chat in tempo reale; un bibliotecario è disponibile in chat per ogni informazione e in pochi minuti riesce ad indirizzarti sui siti che ti possono interessare per la tua ricerca se non riesce lui stesso a risponderti accuratamente. Ho provato e subito sono stato accontentato. Ovviamente è tutto in inglese, perchè un servizio del genere in Italia non esiste ancora.

Ecco la conversazione che ho avuto io (notate il mio superbo inglese!)

[Simone] Hi, i would like to know how many peaple make a vote in USA at the last presidental election. Thanks and sorry for my english
[Librarian 13:58:24]: Librarian ‘Jen (24/7 Librarian)’ has joined the session.
[Librarian 13:58:31]: My name is Jen, and I’m a reference librarian with the QuestionPoint chat service. Your librarians have asked our librarians to staff this service when they are unavailable. I’m reading your question right now to see how I can help you…
[Librarian 13:58:59]: Hi Simone
[Librarian 13:59:09]: you need to know how many people voted in the last presidential election?
[Simone 13:59:33]: Yes i need it.
[Librarian 13:59:59]: ok
[Librarian 14:00:01]: I am going to look
[Librarian 14:00:02]: please hold
[Librarian 14:02:14]:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A10492-2005Jan14.html
[Librarian 14:02:21]: here is an article from the Washington Post
[Librarian 14:02:23]: can you see it?
[Simone 14:03:46]: Yes, thanks so munch, i’m going to see it.
[Librarian 14:03:57]: ok
[Librarian 14:04:02]: please let me know if that helps
[Simone 14:04:43]: ok thanks for a moment … buy
[Librarian 14:06:12]: ok
[Librarian 14:10:52]: It looks like we were disconnected
[Librarian 14:10:58]: I am going to send this to your local librarians for more help. They will respond to your email address.
[Librarian 14:10:59]: Librarian ended chat session.

Tale servizio si chiama Ask a Librarian e può essere molto molto comodo.
Vi immaginete voi il classico bibliotecario italiano che sta al computer a rispondere alle vostre domande? Già è tanto se sa usare il computer, figuriamoci se è disposto a fare questo tipo di servizio. Quello che voglio dire è che la biblioteca pubblica è un luogo estremante utile per tutti e chi ci lavora dentro deve conoscere le potenzialità e l’utilità del proprio lavoro. Pertanto spingo tutti, oltre a recarsi in biblioteca per qualunque necessità, a pretendere che le persone che ci lavorano dentro siano in grado oltre a darvi le informazioni di base e a svolgere il normale servizio che siano per voi dei veri e propri consulenti delle vostre ricerche, che vi sappiano guidare nel trovare tutte le informazioni che cercate.

Di seguito riporto alcuni siti di biblioteche che svolgono questi servizi. C’è anche la Sala Borse di Bologna nata, come la biblioteca delle Oblate a Firenze, come biblioteca moderna e all’avanguardia in Italia.

www.bibliotecasalaborsa.it
www.cultura.toscana.it/biblioteche/servizi_web/chiedi_biblioteca/index.shtml
www.nypl.org  (biblioteca di New York)
www.peaplesnetwork.gov.uk/
www.lib.hel.fi/ (servizio nazionale fillandese)

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