Sono le 13.40 di lunedì 19 agosto 1991 a Mosca, simbolo indiscusso e granitico dello strapotere sovietico c’è un colpo di stato, i neostalinisti cercano di far fuori Gorbacev. E’ l’inizio della fine. Il golpe dura tre giorni, i neostalinisti non hanno l’appoggio di nessuno, Gorbacev torna al potere ma solo per dimettersi poco dopo; Elsin, presidente della Russia, destituisce il partito comunista al potere e lo rende illegale. L’U.R.S.S. è morta, il comunismo finito, Lenin definitivamente sepolto.
Tiziano Terzani si trova sul lunghissimo fiume siberiano dell’Amur in quei giorni, sopra un barcone chiamato emblematicamente “Propagandist”. L’U.R.S.S. non era assolutamente una terra unica, ma un’unione neppure troppo unita, anzi spesso nemica, di razze e di popoli, di vecchi stati sovrani e potenti e di culture millenarie. Terzani freme, vuole andare a Mosca, sente di trovarsi nel preciso istante di un cambiamento epocale, eppure intorno a lui è tutto silenzioso, sull’Amur tutto è fermo, tutto è riamsto come ieri e come è da 70 anni. Pensa che forse è a Mosca che bisogna essere ora, pensa che laggiù a migliaia di chilometri di distanza dall’Amur nel cuore e nel cervello di questo infinito impero qualcosa stia succedendo lungo le strade, che anche il popolo stia parteciapando al radicale cambiamento della sua storia. Muoversi in Russia non è facile e il golpe dura troppo poco. Terzani arriverà a Mosca solo un mese e mezzo dopo quel 19 agosto a comunismo caduto. In quel mese e mezzo attraverserà tutta l’Asia centrale ascoltando le testimonianze di popoli per lo più sconosciuti o peggio dimenticati come i Tagiki, gli Uzbechi, i Kazaki, i Chirghisi e gli Armeni, passando per città cariche di storia come Samarcanda, Baku, Bukhara. Il suo è un viaggio affascinante che lo porta a stretto contatto con la povertà, la paura e il sospetto verso il prossimo che i 70 anni di comunismo sovietico hanno lasciato in quei paesi. Parallelamente risorgono il senso di rivalsa, il nazionalismo e il fondamentalismo religioso che trasformano l’Asia centrale in una polveriera pronta ad esplodere. In ogni città piccola o grande che sia vengono tirate giù le statue di Lenin con ogni mezzo a disposizione, tutte le statue, migliaia di Lenin fino alla Piazza Rossa di Mosca dove Terzani sussurra sotto gli occhi delle guardie del KGB “Buonanotte, signor Lenin” in quello stesso mese d’ottobre simbolo della rivoluzione.
Non è facile per chi, come me, ha comunque un profondo rispetto per l’ideologia comunista leggere attraverso le parole di Terzani il degrado sociale e l’apatia spirituale che gli anni del comunismo sovietico hanno consegnato ai popoli dell’Unione; ed è ancora più difficile per chi ha vissuto durante la guerra fredda nella convinzione che il comunismo sovietico fosse l’unica possibilità di riscatto sociale. Era tutto falso. L’ateicissima Unione Sovietica di Stalin era un cimitero a cielo aperto dove nel nome di una nuova religione terrena si potevano
commettere eccidi, stermini e genocidi di massa. Kapuscinski giornalista freelance come Terzani , da polacco vittima del dominio sovietico, ripercorre nel suo “Imperium“ un viaggio tra ricordi, racconti ed esperienze attraverso tutta l’Unione Sovietica dal 1939 al 1992. La sua penna è meno affascinante di quella di Terzani, grazie alla quale il paesaggio, i sapori e l’aspetto delle terre dall’Asia centrale fanno da contrappeso alla realtà sociale che in esse vive e si muove. Kapuscinski si sofferma sulla storia, sui tragici eventi che colpiscono, talvolta agnentando, il tessuto sociale russo e panrusso; la sua scrittura è più fredda, diretta ed inesorabile. “Imperium” è una costellazione di fatti e situazioni che descrivono il tragico e drammatico fallimento del sistema sovietico, eppure nessuno, neppure in Russia, si aspettava che quel monolitico sistema sociale e amministrativo si potesse sgretolare con tale rapidità:
” (…) proprio prima del disfacimento dell’U.R.S.S., nella sovietologia occidentale in genere e tra i politologi americani in particolare, s’era diffusa la teoria che l’U.R.S.S. rappresentasse il modello del sistema più duraturo al mondo. (…), tra i politologi americani non ce n’era uno che avesse previsto la caduta dell’U.R.S.S.”. (TESTO INTEGRALE)
Come dire, il grande potere che può avere l’informazione e la propaganda sull’immagine e la forza del potere politico. Ed è proprio nell’informazione, o meglio, nei “viaggi collettivi della società russa nel mondo dell’informazione” che Kapuscinski vede uno dei due processi che hanno portato al crollo dell’U.R.S.S.(l’altro lo lascio scoprire alla vostra lettura). Lo stato sovietico teneva fortemente sotto controllo l’informazione e l’opinione pubblica a tal punto che era pericoloso anche solo esprimere un parere critico o contrario al sistema; ecco perchè la “Glasnost” introdotta da Gorbacev fu una vera e propria rivoluzione sociale e culturale. La fase di transizione che si vive non soltanto in Russia, ma in tutti i paesi dell’ex Unione Sovietica ha portato grande scompiglio e indirizzi politici diversi in ogni nazione. Col grido morte al comunismo e viva la democrazia nei molti stati indipendenti nati dal crollo del ‘91 si può vedere di tutto; nella Russia federale c’è Putin che forse non è tanto diverso da uno Zar o da un segretario generale del vecchio partito comunista. Proprio come in passato si scopre che la maggior preoccupazione di Putin è quella di tenere sotto controllo l’opinione pubblica e quindi l’informazione. Tutti, o quasi, conoscono la giornalista Anna Politkovkaja uccisa “misteriosamente” nell’atrio del palazzo di casa sua a Mosca più di due anni fa. Lei raccontava le verità scomode, la tragica guerra cecena, i crimini commessi dall’esercito russo contro la popolazione, l’attentato al teatro Dubrovka dove fu instancabile mediatrica. Tutte verità che minano il buon nome di Putin che sulla lotta al terrorismo islamico e internazionale ha costruito la sua immagine e il suo potere. E’ stata uccisa da un sicario a faccia scoperta … “misteriosamente” … e non è stata l’unica. Dal 2000 la redazione del “Novaja Gazeta” il giornale dove Anna scriveva, nato nel ‘93 e da subito dichiaratosi indipendente, conta 5 vittime “misteriosamente” uccise oltre alle minaccie di morte ricevute da altri due giornalisti per le inchieste sul Caucaso e sull’uccisione della Politkovskaja stessa. Significative le parole del caporedattore Muratov che al rifiuto da parte della redazione di chiudere il giornale ha raccomandato di agire con cautela e di avere più rigardo per la propria vita. “Proibito parlare” si intitola la raccolta di scritti
della Politkovskaja uscita in Italia nel gennaio del 2007, edita da Mondadori: al suo interno un’interessante prefazione di Adriano Sofri e un insieme di articoli schietti e drammatici che ripercorrono le tragedie di una guerra che continua.
Non è tutto. Non figurano solo giornalisti nella lista di omicidi “misteriosi” della nuova Russia Federale, ma anche politici, e una in particolare una deputata e dirigente del partito “Russia Democratica” che si batteva per i diritti delle minoranze, soprattutto del Caucaso, e che già avevo incontrato nel libro di Kapuscinski; si chiamava Galina Starovoitova. Coraggiosamente aveva aiutato il giornalista ad entrare nel Nagorno Karabach, exclave armena in territorio azerbajgiano occupato dall’armata rossa e dalle milizie azerbajgiane. L’intento di Kapuscinski, far conoscere al mondo la situazione di quelle terre e il calvario del popolo armeno, l’intento della Starovoitova, fare in modo che Kapuscinski potesse vedere e parlare. Era il 1990, sarà uccisa “misteriosamente” otto anni dopo. Putin dichiarerà che non ci sono prove certe che si tratti di omicidio politico.
Venti anni fa crollava il muro di Berlino, la Russia federale compie 18 anni, ma il diritto all’informazione è un qualcosa che ancora non appartiene al popolo russo e panrusso.
Dovrebbe far riflettere la grande amiciazia che lega Putin a Berlusconi, dovrebbe far riflettere la considerazione che hanno questi due grandi amici dell’opinione pubblica.
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