“THE ARISTOCRATS” - per un futuro americano dell’agonizzante comicità italiana
Sala d’attesa dell’Aerostazione di Roma - Ciampino, 22 marzo 2007, ore 19.00. Una ragazza di Roma dice a una signora brasiliana di mezza età: “…no, perchè, sa, noi italiani siamo stati sempre tipo dominati dagli americani, tipo dal Piano Marscial…”. Cotanta consapevolezza storico-politica in un’essere così giovine dalle natiche velinamente marmoree stupisce. E senza che stiamo qui a sottilizzare elencando cronologicamente gli asservimenti e le messe a pecorina sine vaselinibus da parte degli yankees, basta dire che negli ultimi anni gli U.S.A hanno eletto un governo guerrafondaio e razzista e l’Italia ha fatto lo stesso (non precisiamo di che governo si tratti perchè in Italia destra e sinistra sono concetti chimerici e confusi e intercambiabili). Ci si piega, insomma, come un giunco, ci si globalizza e stinge e si perde l’identità culturale.
In uno dei 12 volumi della sua “Storia d’Italia”, parlando del ‘500, il Ficcanaso di Fucecchio, Indro Montanelli - che merita un posto nella storia solo per aver definito Berlusconi “il piazzista di Arcore” - dice che la melodrammaticità ha da sempre contraddistinto le popolazioni italiche (il plurale è obbligatorio anche se c’è chi ancora crede che l’Italia sia un paese unito) contribuendo all’immagine stereotipata dell’italiano nell’immaginario collettivo internazionale.
Curiosamente, nella stessa epoca, il ‘500, nasce la Commedia dell’Arte, un genere fondato sulle variazioni sul tema del canovaccio, che, in un certo senso, mette le basi per un’altra coordinata dell’italianità: l’arte di arrangiarsi e di improvvisare, cinematograficamente codificata da Totò. Ora, non stiamo qui a dire che poi la Commedia dell’Arte divenne un susseguirsi di volgarità e che Goldoni, con cipria, parrucca e neo finto, dovette riformare il teatro comico italiano, quello che ci interessa è dov’è finita oggi realmente la Commedia dell’Arte.
E’ negli Aristocrats, un gioco/scherzo comico che imperversa da decenni negli Estados Unidos e nel mondo e che dal 2005 è immortalato anche in un documentario.
Cosa sono gli Aristocrats? Sono, appunto, un super - mega- scherzone- scurrile in cui perdura l’aspetto improvvisato, ludico e lubrico della Commedia dell’Arte e in cui comici e attori americani di chiara fama (ad es. Whoppy Goldberg o Chevy Chase o Gilbert Gottfried (quest’ultimo andatevelo a vedere su youtube chè è forte davvero) si cimentano nel raccontare la propria versione della storiella di una tipica famiglia americana (padre, madre, 2 figli (tutti arianamente biondissimi) + cane dal nome demente (tipo Buddy, come il cane di Clinton)) che si reca da un agente dei divi e gli propone un numero da eseguire. E lo esegue davanti a lui. Con la particolarità che il numero non è il classsico “sciò” Broadway style in cui tutti ballano e cantano e il cane abbaia. Nossignore. E’ un ben congegnato ed incestuoso mix di turpi volgarità che vedono tutti fare tutto con tutti - dal fist fucking al felching, dal Dirty Sanchez alla lingua ruvida dell’abbaiante quadrupede che procura un orgasmo multiplo alla padrona. Il tutto si conclude in maniera che più trash e più pulp non si può, tra feci e umori corporali, con l’agente che chiede al capofamiglia dalle parti basse turgidi: “Ma come si chiama questo numero?” e l’interrogato, levando gli occhi al cielo, pieno di giubilo e gioia, esclama: “The Aristocrats!!!”. E la cosa finisce.
Los yanquis, in un certo senso, si sono fregati un marchio culturale e un pezzo di identità italica facendone quasi un fenomeno sociologico. Hanno, diciamo, modernizzato la Commedia dell’Arte. A noi hanno lasciato la non cultura dei reality, del fast food, della guerra preventiva e di un nulla dapprima imposto e poi, stoltamente, fatto proprio.
Viva l’Italia!
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