Archive for Febbraio, 2008

I rifiuti campani-listici

Posted by xamav on Feb 29 2008 | Ambiente, Società, Opinioni, Italia

Pensavo, ma perché questi napoletani prima si lamentano per l’immondizia ma poi se gli si dice di fare un inceneritore dicono di no? E allora come si fa? Perché altre regioni dovrebbero prendersi lo sporco che loro producono? Perché invece di rompere e fare le solite sceneggiate napoletane non si responsabilizzano e come è giusto che sia non ci pensano loro alla propria immondizia?

Intanto ho scoperto una cosa: non è che solo la Campania brucia fuori regione i propri rifiuti, non avendo un proprio inceneritore. Idem la situazione, senza inceneritore, per regioni come Abruzzo e Lazio e non solo (LINK). Ma magari, penso, in queste altre regioni avviene meglio lo stoccaggio dei rifiuti. Per quanto riguarda il rogo del pattume, va inoltre aggiunto che gran parte di questi vengono appunto bruciati in Lombardia. Segue la Toscana e l’Emilia Romagna… e poche altre regioni che bruciano in quantità minore.

Ora, non so neanche, da uomo comune con comuni domande, se l’inceneritore sia la soluzione (o una delle soluzioni), ma leggo anche da internet pareri come quello che qui riporto:

ASSOCIAZIONE MEDICI PER L’AMBIENTE (ISDE ITALIA): LA POSIZIONE SUGLI INCENERITORI: L’Associazione dei Medici Per l’Ambiente (ISDE Italia) è fortemente preoccupata in merito all’ incremento dello smaltimento dei rifiuti tramite incenerimento che si sta proponendo nel nostro paese sia con la costruzione di nuovi impianti (erroneamente definiti termovalorizzatori) sia con l’ ampliamento di quelli esistenti (SEGUE…)

Però. Due considerazioni.

1) Perché l’immondizia deve attraversare l’Italia per essere bruciata? Non è ridicolo spendere soldi per fargli fare i giretti per il bel paese?

2) Ma perché non si impone che ogni regione abbia il proprio inceneritore (o, se davvero fa male, una soluzione alternativa)?

Mi sembrerebbe più equo, democratico, giusto. Così almeno, visto che la responsabilità è propria, ogni territorio magari impara a responsabilizzarsi, e se non lo fa ne subisce direttamente le conseguenze. E magari così diventa più facile vedere chi sbaglia e dove. E magari anche le gente, in questo modo, si responsabilizza. Pensando a trovare concrete soluzioni oltre a dire no a oltranza senza di fatto risolvere nulla ma pensando solo a scansare il problema per un po’.

E ancora, imporre, quando serve… credo si debba anche avere il coraggio di imporre: imporre la raccolta differenziata, ad esempio, il riciclo. E se così non avviene allora via con sanzioni pesanti. Almeno così ne guadagneremmo tutti, non solo i napoletani. O no?

(NB: domande comuni da uomo comune)

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L’India, senza i cattivi pellerossa.

Posted by emionirico on Feb 28 2008 | News, Economia, Lavoro, Sinistra, Società, Sfoghi, Estero, Notizie, Opinioni, Politica, Cronaca

1,13 MILIARDI di persone, di esseri, di umani

836 MILIONI di persone, di esseri, di umani che vivono con meno di mezzo dollaro al giorno; di POVERI ESTREMI (non bastano i poveri semplici, i medi)

60 % della popolazione è occupata nell’agricoltura

40 % è analfabeta

… ma il PIL (prodotto interno lordo) è al 9 %. C’è sviluppo, c’è economia, c’è crescita! Non è vero?!

Ma dove? In quale angolo dell’inquadratura? Forse in quegli angoli così ottusi che sono margini, quegli angoli così acuti da far nascere aberrazioni e distorsioni.

Lo sviluppo è frutto di polarizzazione in centri città che sono “centri laboratorio” ove si raccolgono uomini e donne non per scelta, non per una vera scelta di vita. Sono milioni di contadini che hanno perduto le loro terre espropriate a fini di “pubblica utilità“ (applicazione di una legge coloniale britannica da parte del Left Front, il fronte della sinistra). Alla fine sono imprese private che risultano pubblicamente interessate alla terra. Terreni che non hanno padrone in quanto i padroni sono solo quelli “futuri”, cioè coloro i quali possono conquistarli con ogni mezzo: i titoli di proprietà non ci sono (si pensi al fatto che le donne le mogli devono rinunciare alle eredità per pregiudizi, i braccianti non hanno titoli e i registri di proprietà sono aleatori). Alcune zone sono così fertili che i contadini non accettano indennizzi di vendita soprattutto perché sono proposti ai cosìdetti prezzi di mercato. Prezzi lì stracciati. La situazione è allo stallo e questo non è ammissibile nell’economia dello sviluppo!

Il ricorso alla violenza è il limite è l’orizzonte che raramente si riesce a conoscere e scorgere dall’altra parte del mondo. Che però è lo stesso in ogni angolo del globo (quanti ce ne sono).

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Fermi tutti. Si ragiona (?)

Posted by xamav on Feb 27 2008 | Società, Opinioni, Notizie, Estero

Chiuso: niente Festival di Sanremo, niente uova di Pasqua e madonne e santi e processioni e festività. Via il Superbowl teletrasmesso ovunque come se a tutti interessasse. Fuori dalle palle anche gli Europei di Calcio, le Olimpiadi di Pechino, le serate di gala, gli Oscar, le paganità varie. Fermiamo tutto, che forse abbiamo bisogno di ragionare senza tutto quel che distoglie dai problemi veri. A distinguerli, poi, i problemi veri…

Succede.

Succede che lavoratori nepalesi, a lavoro per una compagnia america, vengano giustizianti, trucidati, freddati (LINK). Succede che ormai, ufficialmente perché agli occhi di tutti, non esistono più confini tra potere spirituale e temporale; leggo da Famiglia cristiana: “La Democrazia cristiana non è mai stata un “partito cattolico”, cioè confessionale, non ha mai preteso di fronteggiare la scristianizzazione della società” (LINK). Succede che lo Zimbabwe ha una inflazione del 100.000% (LINK). Succede che la mafia si avvale di nuovi giovani che vengono chiamati kamikaze, come quelli dei terroristi, che come quelli dei terroristi sono pronti a fare di tutto per la cosca (LINK).

Succede.

Che qualcosa non va. Che forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo per cercare di capire. Perché queste non sono che pillole, le solite pillole alle quali ormai siamo troppo allenati. Che quindi scivolano, via. Come niente fosse.

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Sono un genio io o il mondo del lavoro è impazzito?

Posted by alexkc on Feb 26 2008 | Sfoghi, Società, Lavoro, Politica, Pescara, Italia, Opinioni, Abruzzo

Non sono un genio.

Questo è un articolo provocatorio.

Di certo è un articolo qualunquista.

Anche un po’ grillesco se vogliamo.

Nella mia vita ho fatto questi lavori:

1 - Insegnante di italiano per stranieri.

2 - Ho distribuito volantini di propaganda politica a 4 euro l’ora.

3 - Ho fatto il traduttore.

4 - Avrei fatto anche l’interprete, ma quando ho visto che mi pagavano un cazzo gli ho detto - ciao!

5 - Ho fatto ripetizioni di matematica.

6 - Ho impartito lezioni di chitarra.

7 - Ho detto il telegiornale in tv.

8 - Ho insegnato l’inglese.

9 - Ho lavorato in una videoteca a 300 euro al mese (e da 2 anni me ne devono ancora 150 - due settimane di lavoro).

10 - Avrei potuto effettuare le riprese delle donnine di Diva Futura, ma sono stato coglione e non ci sono andato (lì 150 euro me li davano per una serata sola - l’erezione credo fosse gratuita).

11 - Insegnante di spagnolo.

12 - Insegnante di photoshop.

13 - Ho riempito pacchetti di ferramenta in una fabbrica.

14 - Ho fatto foto andate su riviste e siti (questa non la volevo mettere perché, cazzo, non c’ho mai preso una lira).

15 - Operatore video.

Siccome ribadisco di non essere un genio e di non avere qualità fuori dal comune (e ci tengo a sottolineare che questa trafila non mi ha certo fatto diventare più ricco economicamente parlando), prendo aria e a pieni polmoni lancio un ringraziamento ai geni (in gran parte politici) che ci hanno portato fino a questa situazione a dir poco paradossale… cari miei, andate a f… ok, sapete già dov’è la strada!

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L’allocuzione: discorso tra il Papa e Benedetto XVI sul ruolo dell’Università. The evolution

Posted by emionirico on Feb 25 2008 | Società, Roma, Università, Religione, Politica, Notizie, Opinioni, Italia

In questo momento di presentazioni e di onori non v’è bisogno, che il nostro convivio esista!

“Ma ora ci si deve chiedere: e che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: “Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?” (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.

Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università. È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia”: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.

Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come “arte” che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista.

Ma qui emerge subito la domanda: come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa “forma ragionevole” egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un “processo di argomentazione sensibile alla verità” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica.

I rappresentanti di quel pubblico “processo di argomentazione” sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico. Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla “ragione pubblica”, come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza.”

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La strada - Cormac McCarthy

Posted by kinski on Feb 22 2008 | Editoria, Recensioni, Libri, Cultura

Uno scenario apocalittico, la fine del mondo già arrivata da qualche anno, una strada, un padre e un figlio con uno scopo necessario: sopravvivere, e uno altrettanto importante: raggiungere il mare come fosse l’ultima speranza in una vita priva di ogni cosa. Per me lettore entrare in quel mondo finito, dove gli animali sono spariti, tranne qualche cane randagio che appare in lontananza, dove piante e alberi sono fantasmi bruciati e i pochissimi uomini che si aggirano sono residui putridi e in decomposizione di un passato privo di continuità; per me lettore, dicevo, è affascinante entrare in una realtà che colpisce da sempre il mio immaginario. L’apocalisse è un archètipo che da secoli ha colpito, affascinato e terrorizzato le società e oggi terrorizza maggiormente perchè non è più prerogativa naturale e divina, incontrollabile, ma è un qualcosa che può essere frutto dell’uomo stesso e quindi molto più vicina. Proprio per questo in La Strada Cormac McCarthy ha scelto un’ambientazione di facile presa sul largo pubblico. Lui, scrittore già affermato, sicuramente affascinato anch’esso dalla tematica, sapeva già di scrivere un best seller. Ben venga il best seller, ben venga il tipo di ambientazione scelta se la storia, il pensiero e il racconto sono ben fatti e validi.

Ci sono molti buoni spunti in questo romanzo: il carrello della spesa come unico mezzo, il passato che ritorna in frammenti di ricordi e sogni dell’uomo, l’angoscia del suicidio, scelta estrema, ma sempre presente. L’uomo e il bambino non hanno nome. Il bambino non conosce il mondo che era perchè nato poco dopo il disastro del quale non ci viene detta la causa, forse naturale o forse umana. I loro dialoghi sono secchi, freddi e privi di colore come il mondo che li circonda, ma nascondono un calore umano fortissimo; la sopravvivenza dipende da quell’unico legame inscindibile che li tiene uniti e in piedi lungo la strada che porta ad una meta, ad una speranza vana: il mare a sud, dove forse fa più caldo, dove forse ci sono gli uomini buoni, “quelli che portano la luce”. Il genere umano è dilaniato, non esiste più morale, rispetto e fretellanza, il cannibalismo è prassi comune, mezzo di sopravvivenza. Tutto questo è incompresibile per il bambino che nelle pochissime persone che incontra cerca un contatto, un modo per aiutare ed essere aiutato; cerca quella normalità che non ha mai conosciuto.   

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Carnevale di Rio - Samba di tette e sangue

Posted by emionirico on Feb 21 2008 | Società, Sfoghi, Politica, Notizie, Estero

A volte si riesce a sentire l’odore dalle immagini. A volte il video trasmette sentori e profumi che vanno oltre lo scorrere di un nastro montato ad arte per l’occasione. Guardando e vedendo i servizi dei mass media sul Carnevale di Rio si realizza una di quelle fantomatiche volte. L’effetto è importante perchè non c’è preparazione nel nostro rattrappito cervello nell’approfondire e nel sentire situazioni di vita. Assopiti e narcotizzati dalle immagini pilotate dei nostri sistemi d’informazione massificati non si riesce più ad abbandonare “una” “la” visione mono/bi/tridimensionale insuppostataci. Il Carnevale di Rio de Janeiro è un teatrone di luci, suoni, colori e sfarzoso ludibrio di culi e carne umana. Simbolo di allegria di trasgressione e di benessere scintillante. Si sente eccome, nel momento in cui la mente si divide fra brillantissime immagini del martedi grasso nazionale e internazionale (esclusivamente il grande carnevale della grande Rio) e il sapore di plasma e sangue che traspira dalle lettere di un dialogo di Waldemar Boff pedagogo brasiliano che vive e lavora nelle favelas (PeaceReporter, 2007)

Migliaia di culi (diverse migliaia di tette)_

Il Brasile e le sue megalopoli sono immerse in una guerra fra i cosidetti Eletti e i Reietti della società nuova. I reietti sono esclusi disoccupati e rifiutati da tutti. Gli eletti detengono la percentuale maggioritaria del reddito e della ricchezza estremamente concentrata. Gli eletti tendono a mantenersi tali cercando di emarginare escludere ed eliminare i poveri. ELIMINARE i Reietti! Esattamente è lo sbarazzarsi di enormi masse di rifiuti umani, nel senso che sono uomini solo di nome. Di fatto i poveri sono un problema da estirpare.

 


Centinaia di migliaia di organi genitali.

Il concetto sistemico è radicato, è un meccanismo che esiste indipendentemente dalle persone e dalle istituzioni. E’ un mostro che vive e prolifera. E’ il potere vero. Il senso assoluto del governo. E’ l’anello dell’economia e dei grandi interessi che non viene scalfito nemmeno dai tentativi un Presidente operaio come Luis Lula da Silva.

 

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Caos calmo – E lo sdegno

Posted by xamav on Feb 20 2008 | Società, Sfoghi, Italia, Cinema

Dal Corriere della sera (LINK): “È ancora bufera su Caos Calmo. Dopo Famiglia Cristiana anche il responsabile della Cei per la pastorale giovanile, don Nicolò Anselmi, critica la scena erotica del film, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi, che ha come protagonisti Nanni Moretti e Isabella Ferrari. E, in una lettera ai ragazzi che parteciperanno alla Gmg di Sydney, avanza la proposta di una sorta di obiezione di coscienza per professionisti seri come i due famosi attori italiani impegnati nella pellicola diretta da Antonello Grimaldi: rifiutino in futuro, suggerisce loro don Anselmi, di prestarsi a girare scene erotiche volgari e distruttive”.

Insomma. Ci si è indignati per la scena di sesso del film con Nanni Moretti e Isabella Ferrari? Ma davvero l’abito che fa il prete porta a questo? Ho visto il film e la scena non ha nulla di più di una scena quale deve essere: di sesso. E del film, che personalmente trovo stupendo, ben fatto, ottimo nei tempi e nell’interpretazione oltre che nella vicenda narrata in modo originale e forte, del film con un grande Moretti, a me è rimasto il totale di una storia resa al cinema come qualcosa che è cinema.

Ciò che indigna? Bene. A me fa indignare la tunica che si indigna, la latente censura di espressione, l’onnipresenza da vecchia zitella della Chiesa o di chi per lei, la spazzatura della televisione, la spazzatura in Campania, i finti ecologisti, i finti comunisti, i finti benpensanti, i veri neonazisti, i preti pedofili protetti  e compianti (e i pedofili tutti), le guerre di Bush, la parola “libertà” usata nei partiti di Berlusconi, l’ignoranza insita nella differenza tra “liberismo” e “libertà“, la faccia di Prodi (caos calmo), i culi delle veline per quanto graditi, i bambini africani con i fucili in mano, i cinesi compressi in una fabbrica, le donne down mandate a farsi saltare in aria dai fondamentalisti islamici, i fatti personali tra Sarkozy Nicolas e Bruni Carla, tutto il caso montato ad arte del Papa a La sapienza, il sogno americano, le tangenti, ogni possibile conflitto di interessi, gli animali scuoiati vivi per farne pellicce, la mala sanità, il caro prezzi, gli stipendi da fame, l’indulto, il condono fiscale, la flessibilità (a novanta gradi), la dicitura “paesi sviluppati”, la dicitura “paesi poveri”, la storia umana che attraversa da sempre la morte e la menzogna e la caccia alle streghe e il patibolo e l’oscurantismo e il creazionismo e il controllo delle masse e la dittatura e gli stermini.

E.

Ecco, è questo, all’incirca, che mi indigna davvero. Davvero. E molto altro. Per chi ama il buon cinema, che se lo andasse a vedere, Caos Calmo. E che gli altri, se non per apportare semmai critiche serie e pertinenti, che non rompessero le palle.

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La Moratoria sull’uso del termine Moratoria

Posted by alexkc on Feb 19 2008 | Televisione, Società, Sfoghi, Opinioni, Italia

Il fido De Mauro nella sua versione on-line definisce così il termine moratoria:

Sospensione a tempo indeterminato, sancita da organismi internazionali, di attività che siano oggetto di controversia politica.

C’è un morbo che aggredisce i circuiti neurali della stampa italiana allorquando appare una parola non contemplata nel vocabolario monofrasico dei giornalisti finti acculturati. Un inverno tutti impararono la parola esondazione che venne utilizzata nei contesti più strampalati; i lavandini cominciavano a esondare, le lacrime esondavano dai nostri occhi e anche il nostro liquido corporale di colorito giallo paglierino e odore discutibile a volte esondava dai cessi.

Poi è arrivato il termine moratoria, a tappare i buchi lessicali dei fantomatici uomini di cultura che affollano le redazioni di quotidiani, riviste e soprattutto televisioni. E’ parso ai più uno straordinario miracolo paragonabile solo all’apertura biblica del Mar Rosso. Proprio quando il vocabolario a frasi prestampate, modello guida turistica per viaggiatore analfabeta, terminava drammaticamente le proprie risorse, la moratoria si ergeva a moralizzatrice della lingua italiana moderna ormai agonizzante.

Google assegna alla parola moratoria nella sua ricerca in lingua italiana il numero di 1 milione e 170 mila pagine trovate contro le 500 mila di un paio di mesi fa quando Ferrara cominciava a bersi il cervello con la sua moratoria sull’aborto. Da quel momento in poi la parola è passata in via definitiva nel novero delle parole trendy che non possono mancare nella saccoccia del giornalista che si rispetti! E’ per questo che la moratoria è diventata quella per salvare lo scalo di Malpensa e addirittura nel caso del refurendum sul tram a Firenze.

Temo che nei prossimi giorni si parlarà di moratoria sul cibo per chi vuol intraprendere una dieta o di moratoria sugli allenamenti per i calciatori che hanno subito un infortunio, per non parlare della moratoria sulla pratica dello sci quando mancherà la neve negli impianti sciistici o della moratoria sulla defecazione in caso di soggetti stitici.

Se questi signori sapessero quante parole ci sono dentro i dizionari gli verrebbe un attacco di cuore, abituati come sono ai loro bignami linguistici… potere alle parole, manica di somari!

  

 

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Roy Scheider è andato in paradiso…

Posted by sreckojurisic on Feb 18 2008 | Televisione, Notizie, Cultura, Cinema, Arte

Apprendere che Costantino tenterà la fortuna in Spagna giova alle menti intellettuali di questo paese allo sbando (la nave affonda e le pantegane scappano), un po’ meno agli estetisti e rivenditori di vaselina.

 Apprendere che si è spento un bravo attore rattrista quelle stesse menti intellettuali. Bravo attore vuol dire quel attore che con uno sguardo sa rendere buono un film.

Roy Scheider si è spento a 75 anni nell’ospedale di Little Rock nell’Arkansas ed era un bravo attore. Aveva girato pure delle cagate, ma aveva avuto due candidature (e non nominejscion) all’Oscar. Una in Braccio forte della legge (1971) – attore non protagonista – accanto a un Gene Hackman superbamente duro e l’altra, da protagonista, in All that jazz (1979)).

     Nessuna statuetta vinta.

     Pazienza.

     In compenso anche i più ignoranti lo ricorderanno come Matt Brody dei primi due Squali di Spielberg. E in tempi in cui c’è gente che nei quiz televisivi non sa quale attore recitava in Via col Vento pronunziando la famosa battuta “Me ne infischio!” oppure chi era Humphrey Bogart è gran cosa essere ricordati come attori. Bye Roy, la tua mascella storta e il tuo sguardo vitreo ci mancheranno sul serio.

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