La taglia 36 vi sembra quella giusta?
Ho sempre avuto un brutto rapporto con le taglie dei vestiti. Con la camicia ad esempio non ci siamo mai capiti: perché dovrei capire dal collo se mi va bene? E se sono un culturista col collo taurino, ma un’altezza che sfiora il metro e cinquanta? Le donne però invece sembrano saperci fare molto più di me in fatto di abiti. Loro possono comprendere misteriosamente come dei colori possano accoppiarsi con altri colori senza far stridere gli occhi.
Ma qui non si vuole discutere dei meriti indiscussi delle donne, quanto di una qualcosa che proprio non va nella questione delle taglie. Anche tenendo conto delle mie scarse conoscenze delle taglie, facendo un bel giro con la mia ragazza in un negozio, ho potuto constatare come le misure dei vestiti, soprattutto per donne siano a dir poco senza senso: taglia unica - 36! Dico, ma 36 tra le ragazze chi riesce a indossarlo?
Il sapore dell’ipocrisia m’ha riempito acidamente la bocca. Parliamo tanto dell’anoressia, di come sia sbagliato lanciare messaggi fuorvianti e poi permettiamo che nei negozi la 36 sia una sorta di taglia unica?
E’ una cosa che mi ha dato da pensare molto e mi ha amareggiato: siamo vittime di un circolo vizioso in questo come in tanti altri casi. C’è poco da fare purtroppo e ciò che ci rimane in questo mondo fatto di immagine è parlarne e lamentarci sperando che il tempo porti un pizzico di saggezza dove ce n’è bisogno.
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Durante questa lunga e calda estate mi sono buttato nella lettura di un libro del quale non conoscevo l’esistenza fino al giorno in cui mi è capitato sotto mano mentre etichettavo un gruppo di libri in biblioteca (questa è una delle grandi fortune di lavorare in un posto pieno di libri). Il libro in questione è Cidade de Deus di Paulo Lins, titolo che è diventato famoso grazie al film omonimo, ma misteriosamente uscito in italia col titolo tradotto in inglese City of God di Fernando Meirelles. Due parole sul brutto viziaccio italico di cambiare titolo ai film stranieri: è pressoché incomprensibile il perchè in Italia il film debba essere conosciuto col titolo inglese, penso che non ci voglia un traduttore universale per capire che Cidade de Deus significa Città di Dio, anzi penso che sia molto più comprensibile che City of God visto che il portoghese è molto più simile all’italiano di quanto non lo sia l’inglese… ma tant’è noi ci teniamo il titolo inglese in nome dell’anglofonizzazione assoluta che gradualmente invade il pensar comune.
La visita del Papa in Francia. Un qualche luogo importante (mi sa Lourdes, o Casalbordino, non ricordo…). Tutti seduti su delle sedie pieghevoli di metallo, come quelle che danno ai giornalisti che seguono le campagne presidenziali yankee. Sarkozy parla gesticolando come il defunto comico francese Louis De Funes, Carla Bruni in tailleur grigio ha il portamento di una che ha dimenticato al proprio interno un vibratore in acciaio inox 18/10, gelato e acceso. Il Papa siede anche lui, un cumulo di carne ricoperto di cioccolato bianco. Cerco di immaginarmi come sarebbe il Papa se vestisse di nero, se, cioè, lo pralinassero di cioccolato fondente. La realtà supera la fantasia e risposta è sconvolgente, sarebbe uguale a Palpatine (o Papatine) di Star Wars (v. foto). Chiusura a effetto: l’altra settimana ero in Spagna e mi è capitato di vedere un programma di cucina con un cuoco ciarliero che ha fatto la seguente battuta riferendosi alla squadra Racing Santander: «¿En qué equipo juega el Papa? Ratzinger Santander». Ho pregato per lui.