Vicki, Crsitina, Barcelona e Javier Bardem che sta lavorando per vincere il secondo Oscar
Dopo aver appurato con compiacimento che il 87,9 % delle persone di mia conoscenza avevano molto amato Mar adentro con Javier Bardem, lo vidi anch’io, l’anno scorso. Mi piacque e poi vidi praticamente tutto ciò che Javier Bardem ha girato. Fino a Vicky, Cristina, Barcelona. No country for old men lo catalogai come un capolavoro, L’amore ai tempi del colera, no. La sua apparizione nell’ultimo film di Woody Allen (discreto svolgimento di un tema poco originale, Morandi direbbe «Si può dare di più») è sicura, pacata ed efficace anche se indubbiamente coadiuvata dall’ottima Pelenope Cruz e dalla città di Barcellona, la cui agenzia per la promozione turistica deve aver preso parte nei finanziamenti. Il film dimostra che dopo aver impersonato il killer dall’acconciatura improbabile, armato di un’ammazzavacche ad aria compressa, l’attore spagnolo è diventato quel tipo di attore la cui sola presenza garantisce la qualità del film e vale il costo del biglietto. Per intenderci, è quello stesso smalto, con un quid di europeo in più, che una volta possedevano Bob De Niro e Al Pacino. Ora ce l’ha lui e loro no, nemmeno se fanno un film insieme (come di recente hanno pur fatto). Pare che non basti più la faccia da stitico attempato del primo e gli occhi semistrabuzzati del secondo. ¡Qué te vaya bien, Javier! ¼br>
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Sabato sera al cinema, scegliendo il film a caso tra le pagine di internet, stando attento più all’orario di inizio che al titolo da vedere , ho visto The Mist. Non sapevo assolutamente niente del film e solo durante l’intervallo, andando a prendere i pop-corn (come ogni buon spettatore medio del sabato sera) ho scoperto essere tratto da un racconto di Stephen King. Alla fine del film ero combattuto, non sapevo giudicare con precisione se mi era piaciuto oppure no. La trama, il contenitore se vogliamo, è quello dei più classici film dell’orrore: un gruppo di abitanti di una piccola cittadina del Maine rimane intrappolata all’interno di un piccolo supermercato da una fitta nebbia che al suo interno nasconde strane e mostruose creature. Ciò che distanzia il film dalla miriade di “grottesci” film dell’orrore che invadono le sale cinematografche è la messa a fuoco dell’occhio della cinepresa. Messa a fuoco sia a livello di trattazione della storia sia a livello tecnico - registico. Le mostruose creature, la nebbia misteriosa e il soprannaturale, diciamo così, sono e rimangono il contenitore che serve a trattare i più profondi rapporti interpersonali e sociali di una piccola comunità statunitense. Così l’uso accurato sia di primi piani che della camera a spalla servono a farci entrare nell’intimo di ogni personaggio scrutandone sentimenti, paure e violenza. La sentenza è inesorabile: più pericoloso della nebbia è il supermercato, più mostruosa delle crature sanguinarie è la piccola comunità che in preda alla paura scatena tutta la violenza e la follia di cui è capace. In una escalation terrificante invidia, gelosia, superstizione, follia mistico-religiosa distruggono quella apparente e falsa solidarietà che sembrava legarli.