Il jazz dall’Abruzzo di Roberto De Carolis
1. Ciao Roberto, intanto parlaci di te. Come nasce la tua passione per il jazz, quali sono i tuoi maestri ispiratori?
Avevo 13 anni quando il jazz mi scelse, io ascoltavo soltanto pop, rap, hip-hop e anche del metal, fu mio fratello che si intendeva del genere a ispirarmi… così un giorno fui attirato da una copertina di un suo 33 giri di Branford Marsalis, lo misi su e da quell’istante non ho più potuto farne a meno. A orecchio suonavo sui dischi con il flauto dolce che studiavo alle medie, copiavo i soli e i tema cantati; era un periodo particolare per me, i miei si separarono e da lì iniziò una gran salita. Il jazz mi ha aiutato molto, è per questo che gli devo tutta la mia vita!
Riguardo ai maestri ispiratori posso affermare che ce ne sono diversi, potrei citarne più di uno… da Ben Webster a Joshua Redman sino a Massimo Urbani, nella mia musica c’è un pò di ognuno di loro, anche se quello che sento più vicino è Dexter Gordon.
2. E’ uscito il tuo primo lavoro “A day will be”, cosa rappresenta per te?
“Un giorno sarà”… l’ho composta in un periodo adolescenziale offuscato, dove sognavo un futuro più tranquillo di quel presente che vivevo, con accanto la mia musica, la mia donna, e tutti i principi che una vita più stabile può dare, anche da padre… e poi tutto questo è arrivato… a breve nascerà anche mio figlio Leonardo…

3. Parlaci della situazione in cui versa il genere che tu interpreti e crei, quali sono le opportunità in Abruzzo e più in generale in Italia?
Per quello che mi riduarda non tutto è roseo, siamo in molti in Italia a vivere di musica e la torta da dividerci è troppo piccola al paragone. Il jazz si stà evolvendo, quello sì, ora rispetto a un tempo è più presente… i giovani ci si avvicinano sempre di più. Riguardo le oppurtunità, l’ Abruzzo è un “boia” nei confronti dell’artista, se vuoi crearti qualcosa devi guardare oltre questo confine, qui non c’è spazio e poi questa ignoranza ha rotto le palle! In Italia in genere la situazione è stabile e penosa! Il musicista è visto ancora come un nulla facente senza meta e senza professione… uno che si diverte e basta girando per locali. Per lavorare c’è poco e per entrare in buoni circuiti (come in tutte le cose in Italia) bisogna avere buone conoscenze… anche se io da ottimista penso che l’umiltà prima o poi ripagherà.
4. Cosa ti riserva il futuro, quali progetti e sogni?
Attualmente sto presentando il mio disco appena uscito con il mio “Art Quartet” in tutta la penisola e chiuderò il mini tour alla grande, il palco della famigerata Cantina Bentivoglio di Bologna ci vedrà infatti in concerto dal 9 all’11; contemporeaneamente sarò impegnato a presentare anche l’altro progetto con il batterista Roberto De Vincentis, insieme abbiamo dato vita al “Groove Doo-Bop” che raccoglie un repertorio Acid-Jazz con cui a breve saremo in studio per la realizzazione di un disco prodotto dalla Nicolosi Distribuzione (gli ex NOVECENTO) di Milano per un lancio internazionale. Ed ecco, parlando di sogni… uno ne ho: trovare associazioni che si occupano di ragazzi con la sindrome Down, mi piacerebbe suonare per loro, ne conosco di persone con problemi del genere e sono meravigliose per quello che sanno dare… mi piacerebbe quindi collaborare costantemente con queste realtà che se ne occupano e aiutare i ragazzi con questi disturbi ad avvicinarsi alla musica, al jazz…
5. Ultima domanda, a tua scelta, cosa non ti ho chiesto in questa breve intervista e cosa rispondi?
Per suonare jazz bisogna imparare molte cose?
L’unico grande insegnamento te lo dà il vivere la vita, l’ascolto dei dischi, e un po’ di te stesso.
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